Eccoci al nostro terzo appuntamento con le funzioni genitoriali.
Questa volta voglio parlarvi di due funzioni genitoriali insieme: VEDERE e APRIRSI.
Il motivo per cui preferisco trattarle in parallelo è che entrambe le funzioni necessitano dell’inserimento del Terzo. Non che le altre non ne abbiano bisogno, ma queste due in modo particolare non possono proprio prendere forma se non c’è la presenza del terzo.
Cercherò di esprimere la cosa nel modo più semplice possibile, utilizzando la geometria delle forme.

Prendiamo due punti, poniamoli su di un piano e uniamoli con una linea. Ora immaginate che questa linea che li unisce sia un muretto, o un lenzuolo, o una libreria… Mentre i due punti sono felici di appartenere e formare lo stesso oggetto, lo svantaggio è che ognuno dei punti non può vedere l’altro! Cioè non vi è lo spazio fisico per vederlo (basti pensare alla logica che sottende, spesso, la distribuzione delle poltrone nei teatri o nei cinema: poltrone sfalsate per non “imballare la visuale”).
Questa forma è ciò che descrive l’impossibilità di VEDERE quando la relazione è simbiotica: madre-figlio uniti come in uno stesso oggetto, in uno stesso corpo esistente, come una protuberanza a continuare i rispettivi corpi.
Ora torniamo alla geometria. Immaginate l’animazione di un terzo punto che irrompe tra i due punti di prima: butta giù il muro, sposta il lenzuolo, e piazzandosi in qualsiasi punto del piano genera un’area, crea uno spazio.

APRE la visuale e tutti possono vedersi. La simbiosi è rotta! Se osservate bene la foto della zip che ho scelto per inizio paragrafo, rende molto bene l’idea: il terzo (il saliscendi) apre la zip che in basso è perfettamente chiusa!
Si inizia così a delineare meglio il ruolo di queste due funzioni genitoriali: VEDERE l’Altro da me, nello specifico il figlio, come una persona separata da me, libera dalle mie proiezioni, bisogni, fantasie. Gli psicoanalisti francofoni direbbero “libera dalla mia ombra parlata”. Il concetto di ombra parlata è un concetto abitato da tutte le fantasie che una madre (ma anche un padre) inizia a trasferire sul nascituro già da quando inizia a fare spazio mentale all’idea di un figlio. Ecco che questa vita ipotetica ha già un nome, un’immagine, un ruolo, un futuro…Ma come se non bastasse, oltre alle proiezioni, c’è la simbiosi!
In tutta la psicoanalisi si vede come il ruolo del “terzo” sia fondamentale per “salvare” dalla madre. Salvare il nascituro dalla simbiosi naturale dei primissimi mesi (Piera Aulagnier l’ha chiamata ”la violenza dell’interpretazione primaria” cfr. “La violenza dell’interpretazione. Dal pittogramma all’enunciato”, Piera Aulagnier, Ed.Borla, trad. Luchetti A., 2005), salvarlo dal suo essere come di una protuberanza della donna che lo ha partorito. Per permettere che ciò accada, ci vuole un terzo che reclami il suo spazio e una madre che glielo conceda. Almeno un po’. Il terzo impone una distanza sufficiente a poter vedere. Un po’ come il dover prendere una minima distanza per poter leggere qualcosa.
Ecco che l’APERTURA al terzo, crea lo spazio per poter VEDERE.
Ora credo sia ben chiaro perché io abbia sentito l’esigenza di trattare queste due funzioni in parallelo.
I due film scelti per osservare i risultati della mancata funzione del vedere e dell’aprire sono Hungry Hearts, dove è particolarmente evidente la simbiosi e la violenza primaria dell’interpretazione e MommY che mostra molto efficacemente come il non aprirsi al terzo, alla funzione paterna, generi anche un clima “incestuale”. In Hungry Hearts un padre c’è, ma fa fatica a “buttare giù il muro”; in Mommy la figura paterna è assente.
VEDERE– Hungry Hearts, lascia una traccia d’angoscia profonda che diventa il filo rosso di tutta la storia. Il film si preannuncia subito claustrofobico, soffocante come tutte le relazioni simbiotiche: i due soggetti si incontrano in un “antibagno\” restando prigionieri della porta che non si apre più. Già in questa prima scena si possono intravedere i rischi di questo incontro: lui pronto a qualsiasi remissione, lei insofferente anche all’odore che un corpo può emanare in quanto corpo. Come suggerisce già il titolo, i protagonisti hanno cuori affamati. Sono affamati d’amore, hanno bisogno entrambe di sentirsi “visti”. Perché Jude e Mina si sono scelti subito? Sono tutti e due “orfani”, si riconoscono in quanto tali, dove ognuno dei due trova nell’altro gesti e modalità familiari che aprono la speranza alla possibilità di riparare ciò che non è stato nella loro vita di figli. Nell’essere orfani psicosociali è l’amore per se stessi ciò che potrebbe essere realmente cicatrizzante. Il problema è che in tutta questa storia non c’è volontà di fare spazio al terzo; la traiettoria infatti si palesa subito attraverso il dialogo tra Mina e la suocera durante il matrimonio (che avviene in tempi brevissimi dalla loro conoscenza. Un’urgenza impellente di riparazione cicatrizzante). “Vienimi presto a trovare dobbiamo conoscerci, anche senza Jude, anzi meglio senza di lui!”
La coppia appena sposata vive i primi momenti anche di spensieratezza, leggerezza e gioia, per quanto si intraveda subito che Mina ha una forte tendenza alla simbiosi affettiva. Fino a quando arriva l’ombra parlata, il fantasma del figlio, l’intrusione del terzo nella coppia. Perché inizialmente è proprio il figlio, o meglio l’embrione, ad essere il terzo!
Per Mina il terzo è foriero d’angoscia. Alla prima ecografia perde la centratura: nutrire il bambino significa nutrire anche la sua parte bisognosa, che lei rifiuta. Nella simbiosi o affama o è affamata. Non le resta che spostare la simbiosi sul figlio, creando una situazione di interdetto a Jude e a chiunque altro.
Mina si rifugia nella psicosi, nel delirio che diventa salvifico. Tenendo fuori qualsiasi medico, idea, progetto sul bambino, tenendo fuori qualsiasi azione terza, sente di potersi proteggere, non avendo mai fatto un’esperienza di fiducia, che del resto la simbiosi estromette. La simbiosi di Mina è talmente totalizzante da essere espressa dall’assenza del nome del figlio: una scelta di sceneggiatura a sottolineare che il figlio è solo un fantoccio per le proiezioni di tutti.
In tutto questo Jude non è in grado di “agire” il terzo tutelando la famiglia, salvando il figlio dalla madre. Risulta molto impacciato nel non sapere come e dove mettere confini. Agisce dei timidi tentativi con l’aiuto della madre, senza però riuscire a mantenersi saldo nel suo ruolo. Anche lui più attratto dalle fantasie riparatorie personali (essere ancora figlio) piuttosto che agire la funzione di padre salvifico.
Tornando al riferimento iniziale dei due punti uniti da una linea, Jude non riesce ad abbattere il muro per creare lo spazio e la VISTA rimane cieca, imballata dalla simbiosi inscindibile.
ARIRSI– Mommy inizia con un urto, un agito. Urto che si ripete per tutta la storia, urto dopo urto che sta a rappresentare un tentativo continuo di liberarsi dalla diade soffocante, dalla simbiosi mortifera non evolutiva, in questo caso visibile in una coppia dove il figlio è già un giovane uomo.
La totale assenza della funzione del padre come ingresso del terzo che salva dalla madre permette come unico legame possibile quello disperante, in cui “non posso stare senza di te e non posso stare con te!”
Un rapporto intriso di incestuale come lo definirebbe Recamier (l’autore descrive questa parola come un clima, in cui soffia il vento dell’incesto senza che vi sia incesto, ma seminando silenzio, segreto, sospetto. Cfr: Incesto e Incestuale, Paul Claude Recamier, ed. franco Angeli, 2003).
In Mommy la madre non riesce a compiere il lutto verso la rappresentazione ideale del figlio (la sequenza in cui lei vede la laurea, il matrimonio, i nipoti…, una sequenza lontanissima dalla realtà) continuando a sognare altro per lui, per lei, per la “coppia”; una relazione in cui entrambe possono provare a vedere solo per qualche attimo ad ogni agito, ad ogni urto, per poi fuggire alla velocità della luce nella negazione delle difficoltà, in una speranza illusoria intrisa di onnipotenza e narcisismo.
Questa altanenanza tra disperazione e negazione arriva fino alla fine del film dove la madre si “arrende” alla necessità di agire l’internamento riabilitativo in un istituto disciplinare: qui c’è l’ingresso della funzione del padre, ma di un padre repressivo, punitivo, persecutorio, un Genitore normativo negativo, come lo chiamerebbe Berne; non un padre che libera, che accompagna, che illumina la strada.
Così assistiamo al fallimento di entrambe le funzioni: quella paterna e quella materna.
La scena finale vuole lasciare spazio alla speranza di una luce interna da poter seguire. (un BL che resiste nonostante tutto e dal quale ripartire), quella luce di cui spesso si parla quando si parla di resilienza, per non chiudere la pellicola con un senso di totale disperazione e, a mio avviso, per ricordare che c’è sempre la possibilità di riparare.
Arrivederci alla prossima funzione: Regolare


