L’angoscia del “fermo-tempo”

Cosa ci accade quando siamo costretti a fermarci?  Quando non possiamo mantenere il ritmo frenetico che cadenza il nostro tempo? Quando non possiamo più scappare da noi stessi?

Da bambina ricordo settimane intere trascorse nell’isolamento forzato imposto da nevicate che bloccavano tutto per giorni: la sensazione era quasi da “post guerra”. Nessun contatto se non quello dei miei familiari e al massimo qualche telefonata alle amichette. Poi ci sono state le epidemie di pidocchi, il terremoto, l’Austerity e mille altre condizioni che portavano alla chiusura delle scuole e all’isolamento. Credo di aver passato la mia infanzia più a casa che a scuola, almeno fino alle elementari.

Dopo qualche attimo di disorientamento e di frustrazione, salivo in soffitta, il mio luogo magico.

Perdermi nei miei sogni segreti tra carabattole antiche di ogni genere permetteva a quel tempo immobile di trasformarsi in un viaggio fantastico. La soffitta era il mio “armadio di Narnia”: poteva accadere di tutto.

Oggi mi accorgo di essere sempre stata una privilegiata: in questi giorni difficili dettati dall’emergenza del corona virus, scopro di non aver perso quella capacità di gettarmi con gioia nel mio personalissimo mondo interiore. Di potermi adattare all’isolamento, di poter godere della mia coppia e del clima che ho costruito nella mia casa. Di poter rinunciare anche a mangiare le cose che amo di più perché sono finite in dispensa e scoprire che qualche chilo in più mi consentirà di sopravvivere molto (molto!!!) a lungo. Finché c’è acqua in casa e una sana scorta di farine, non c’è problema.

Non ho più una soffitta (purtroppo) ma ho i libri, la scrittura, le mie cartelle di foto sempre in attesa di essere organizzate, le piante del terrazzo, il pane da poter preparare…ma soprattutto il mio istintivo allenamento alla capacità di auto-intrattenermi, di adattarmi, di “non dare fastidio”.

I problemi insorgono se non ci siamo allenati a stare con noi stessi e se non lo abbiamo insegnato ai nostri figli. Le famiglie in difficoltà, in questi giorni, sentono il peso di intrattenere i bimbi, la difficoltà a stare nel nido con il/la proprio/a compagno/a, l’angoscia di non produrre denaro…

La costrizione alla condizione di “quarantena” (che poi quarantena non è perché nella democrazia non si può imporre di chiudersi in casa) ci sta dando una grande occasione: guardare bene la nostra vita, dentro e fuori al nostro cuore. Poter sentire se ciò che ci siamo costruiti è ciò che amiamo veramente e soprattutto se siamo capaci di ritornare a sentire il nostro singolo respiro.

In definitiva può essere trasformato in una sorta di ritiro meditativo in cui esercitiamo la capacità di stare nell’assenza del “rumore” della vita, in cui possiamo passare del tempo con i nostri bambini, in cui possiamo raccontare e spiegare l’impermanenza della vita, la sua pericolosità il suo non essere solo “bella, divertente, scontata”. Esercitare l’arte della pazienza e dell’attesa, come i pescatori in tempi magri.

Tra i tanti pensieri saggi e profondi che mi tornano alla mente, oggi c’è quello di uno dei miei Professori più amati, Umberto Galimberti:  “In occidente sembriamo esserci dimenticati che non moriamo perché ci ammaliamo, ma ci ammaliamo perché dobbiamo morire”.

Il punto cruciale di queste, tutto sommato, rare condizioni di vita è che sono da osservare come un costrutto complesso, che si dipana su più fronti, che ha almeno tre focus differenti: la gestione sociale della cosa, l’aspetto economico e la dimensione personale.

E’ ovvio che in tempi di democrazia non si possa immaginare di ricevere ordini restrittivi in toto, e al contempo è anche abbastanza folle vedere come si desideri negare lo spessore del problema.

Io non sono un’autorità e ho solo deciso di esprimere il mio pensiero nella speranza di poter ispirare qualcuno tra le persone che mi leggeranno.

Spero di potervi ispirare soprattutto nel recuperare “L’Ars moriendi” perché nascita, malattia, vecchiaia e morte sono tutte parti equanimi della vita che sicuramente non è solo un inesorabile e triste destino, né tanto meno una giostra inesauribile di leggerezza.

Imparare a fluire tra il dentro e il fuori, tra la velocità e la lentezza, tra l’opulenza e la ristrettezza ci consente di imparare bene che non possiamo controllare nulla mentre impariamo a rispettare l’Altro e il suo spazio vitale, ad abitare l’angoscia provocata dal “non definito” trovando delle soluzioni “finite” che ci consentano di costruire saggezza.

Detto ciò, spero che potremo presto tornare a toni più leggeri e nel mentre…

Buon viaggio verso la vostra Narnia!

 

 

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