Genitori imperfetti 5

Eccoci arrivati all’ultima funzione genitoriale: Tradurre

         Devo confessare che questa è la funzione genitoriale che amo di più. Quella che vivo costantemente ad ogni seduta di terapia, quella più creativa, o quantomeno che io percepisco come quella maggiormente creativa. 
Perché?      
Perché riuscire a parlare di qualcosa che non è ancora stato pensato, o che è stato pensato in una modalità poco funzionale è veramente una gran bella sfida.
         Da adolescente, in un tempo che Laplanches e Pontalis avrebbero definito un “troppo presto” mi sono trovata tra le mani un libro di Marie Cardinal: “Le parole per dirlo”. All’epoca mi turbò molto senza poter comprendere bene perché; poi nel futuro lo rilessi diverse volte e, ad oggi, lo trovo ancora uno dei romanzi autobiografici più potenti nel ramo della psicoanalisi. È la storia della sua analisi e del percorso doloroso per trasformare l’indicibile in parole che, oltre a poter essere pronunciate, consentono all’oggetto di essere pensato!

È difficile per un adulto normo-nevrotico che non abbia subito grossi traumi, comprendere cosa significhi non riuscire a dare parole a qualcosa, non poterlo pensare né raccontare; ma nel mondo delle sofferenze ”fuori misura” ciò accade molto spesso. Sto parlando di vissuti come ad esempio l’esperienza dei campi di concentramento in cui si perdeva la dimensione ordinaria dell’ordine dell’umano.     

Ecco, un bambino può trovarsi spesso in quella dimensione nei primissimi tempi, perché tutto è nuovo e potenzialmente violento e non pensabile. Perché, appunto, esiste un “troppo presto”.

La pellicola che meglio esprime questa funzione genitoriale è “la vita è bella” di Benigni. Cosa fare quando la realtà è innegabilmente insopportabile? In questa storia le parole narranti del padre trasformano il campo di concentramento in un gioco.

La funzione della traduzione si rifà ai concetti Bioniani di reverie, elementi alfa, elementi beta, cioè la funzione genitoriale di rendere pensabile il mondo, masticabile l’ostico, soprattutto quando risulta troppo difficile e indigesto.

        
La traduzione è la funzione che ri-partorisce l’infante: far nascere il bambino da un punto di vista psichico che serve ad affrontare “l’estraneo”, l’ignoto, il diverso, per affiancare il desiderio di esplorazione, alla paura.        
Come si fa ad incontrare le diversità (interne ed esterne)?
Attraverso qualcuno che ti porta nel mondo con delle parole che possano essere già comprensibili, che rendono il mondo tutto pensabile
La traduzione quindi, rende pensabile tutto ciò che non lo è in partenza.

In principio era il verbo, noi siamo fatti di parole!

Come si traduce il pianto dell’infante? Sintonizzandosi e mettendo parole (piccolo mio, forse hai caldo; piccola mia hai ragione, hai fame….)

         La traduzione ha un punto di scivolamento nel potersi trasformare in disfunzione, sia quando non cerca parole pensabili, sia quando “interpreta troppo”, cioè quando non fa un passo indietro quando è possibile, quando anticipa!

Ciò significa che è fondamentale calibrare bene il giusto ritardo della risposta da parte della madre, per lasciare lo spazio/tempo al bambino per sforzarsi di chiedere ed esprimere.         
Un “eccesso di madre” produce psicosi o iper-adattamento di un bambino che sente di aver solo la possibilità di compiacere aderendo alle proiezioni materne/genitoriali, senza poter sentire il proprio bisogno.

Con quest’ultima funzione genitoriale vi saluto e vi auguro buone vacanze.

A presto con altri contenuti.

Genitori imperfetti 4

Eccoci arrivati alla funzione genitoriale della Regolazione 

         Regolare è la funzione genitoriale per accompagnare il cucciolo d’uomo alla possibilità di adattarsi all’ambiente che lo circonda: sia da un punto di vista del proprio sé (ritmi sonno/veglia; cibo/riposo; trattenere/rilasciare…) che da un punto di vista prettamente “legislativo”. In estrema sintesi è la funzione specifica di quella parte che in Analisi Transazionale E. Berne ha chiamato Genitore Normativo. Il genitore normativo trasferisce le regole e insegna ad usarle. 
Berne discrimina tra il GN+ e il GN-: il primo illustra al meglio anche i rischi della trasgressione, spiega i vantaggi e le motivazioni della regola e poi lascia libero il cucciolo d’uomo di responsabilizzarsi a suo piacere; il secondo non spiega le motivazioni della regola e soprattutto si pone in modalità punitiva e persecutoria “devi fare come dico io perché lo dico io!”

         La pellicola ideale per riflettere sulle conseguenze disastrose di un GN- è sicuramente Il nastro bianco chemostra in modo magistrale la dimensione persecutoria del processo normativo.                   
Il film si presenta angosciante fin dall’inizio: in bianco&nero, con le prime scene di imposizione del ritmo fin dall’allattamento.

Forte è la difficoltà di vedere-accettare la parte buia dei propri figli. Il nastro bianco, imposto come quasi un marchio, rappresenta il monito al perseguire la purezza, più come obbligo che come ideale.  
Altro dato interessante è vedere come l’insegnamento segue la regola della ripetizione fino ad arrivare a perderne il significato profondo e intrinseco, riducendo tutti i gesti a rituali vuoti o carichi solo di senso di colpa.

Ora sorge spontanea una domanda: cos’è il rispetto che la regolazione deve insegnare?    
Re= indietro  Espico= guardare, l’etimologia ci indica la risposta: guardare indietro.
L’adulto avanza per definizione e il genitore è un’apripista che precede i passi e che ogni tanto, deve (e può!) volgersi indietro a vedere se viene seguito. Il bambino invece, può guardare solo avanti. Quindi…….

SOLO L’ADULTO PUO’ RISPETTARE IL BAMBINO

Almeno finché il bambino, riuscendo ad avanzare, guadagna anch’esso la posizione di adulto e l’azione di voltarsi indietro può essere alternata.

Molto interessante appare la punizione nel mostrarsi come atto di profondo possesso, tale da sentire in prima persona il dolore. L’atto d’amore estremo: ti punisco nonostante io stesso senta dolore. Non posso esimermi.

Questo tipo di padre regolatore non lascia spazio a nessun tipo di confronto, domanda o dialogo perché viene interiorizzato solo come punitivo, quindi il padre più immediatamente disponibile per questi bambini è Dio.        
Un Dio a cui rivolgono le domande disperate di poter essere salvati nonostante il peccato, poter essere degni di vita nonostante non rispondano alle aspettative paterne (scena della masturbazione punita/regolata con l’essere legato al letto prima di dormire)   
La banalità del male è espressa in modo magistrale: attraverso la quiete si crea la sensazione del preludio alla tragedia.       
Il bambino diverso, il bambino down, guarda il mondo con occhi diversi grazie alla sua diversità. Viene colpito agli occhi per questo motivo e per bloccarlo in una dimensione di bambino: senza vedere non potrà diventare adulto.

Ma la cosa più interessante è la domanda che serpeggia nel villaggio: “Chi ha potuto ferire un bambino?”

La domanda risulta surreale, in un luogo in cui i bambini vengono picchiati e puniti in continuazione ogni giorno!

La domanda esprime lo sdegno del gesto compiuto FUORI dal genitore, fuori dalla dimensione del possesso che legittima la violenza (solo io posso picchiare mio figlio, perché questo è giusto, educativo, normale)

         Un’educazione risulterà rispettosa solo quando avendo chiara la posizione di potere, mi girerò indietro a conoscere il mio sconosciuto da guidare con il desiderio di conoscerlo, vederlo, capirlo e così guidarlo al meglio. Uscire dalla performance, rinunciare al FARE per dare spazio all’ESSERE.

         Nel nastro bianco viene descritta una società patriarcale estrema in cui il “padre” ricorda molto la figura di Gollum-il MIO tessssoro. (Il Signore degli anelli) Questo tipo di società genera un cerchio chiuso sul fine del riscatto: si procede di padre in figlio passando il testimone del possesso, in cui da vittime si diventa carnefici, con la stessa sequenza descritta da Freud nel binomio sadico-masochista.

In questa società intrisa di regole non c’è regolazione perché chi detiene il potere non è regolato!

         La funzione regolativa espressa con la legge della parola è una specie di manna che discende dal cielo su di noi e noi la respiriamo.
La legge libera dall’onnipotenza, è percepita come una legge amica che consente di rilassarmi andando nel mondo libero e sicuro nella possibilità di vivere transazioni evolutive.

Come per tutti i giochi, nel gioco della vita posso divertirmi solo se conosco le regole e ad esse mi appoggio!

Arrivederci all’ultima funzione: la TRADUZIONE

Genitori imperfetti 3

Eccoci al nostro terzo appuntamento con le funzioni genitoriali.

 Questa volta voglio parlarvi di due funzioni genitoriali insieme: VEDERE e APRIRSI.

Il motivo per cui preferisco trattarle in parallelo è che entrambe le funzioni necessitano dell’inserimento del Terzo. Non che le altre non ne abbiano bisogno, ma queste due in modo particolare non possono proprio prendere forma se non c’è la presenza del terzo.

Cercherò di esprimere la cosa nel modo più semplice possibile, utilizzando la geometria delle forme.

Prendiamo due punti, poniamoli su di un piano e uniamoli con una linea. Ora immaginate che questa linea che li unisce sia un muretto, o un lenzuolo, o una libreria… Mentre i due punti sono felici di appartenere e formare lo stesso oggetto, lo svantaggio è che ognuno dei punti non può vedere l’altro! Cioè non vi è lo spazio fisico per vederlo (basti pensare alla logica che sottende, spesso, la distribuzione delle poltrone nei teatri o nei cinema: poltrone sfalsate per non “imballare la visuale”).

Questa forma è ciò che descrive l’impossibilità di VEDERE quando la relazione è simbiotica: madre-figlio uniti come in uno stesso oggetto, in uno stesso corpo esistente, come una protuberanza a continuare i rispettivi corpi.

Ora torniamo alla geometria. Immaginate l’animazione di un terzo punto che irrompe tra i due punti di prima: butta giù il muro, sposta il lenzuolo, e piazzandosi in qualsiasi punto del piano genera un’area, crea uno spazio.

APRE la visuale e tutti possono vedersi. La simbiosi è rotta! Se osservate bene la foto della zip che ho scelto per inizio paragrafo, rende molto bene l’idea: il terzo (il saliscendi) apre la zip che in basso è perfettamente chiusa!

Si inizia così a delineare meglio il ruolo di queste due funzioni genitoriali: VEDERE  l’Altro da me, nello specifico il figlio, come una persona separata da me, libera dalle mie proiezioni, bisogni, fantasie. Gli psicoanalisti francofoni direbbero “libera dalla mia ombra parlata”. Il concetto di ombra parlata è un concetto abitato da tutte le fantasie che una madre (ma anche un padre) inizia a trasferire sul nascituro già da quando inizia a fare spazio mentale all’idea di un figlio. Ecco che questa vita ipotetica ha già un nome, un’immagine, un ruolo, un futuro…Ma come se non bastasse, oltre alle proiezioni, c’è la simbiosi!

In tutta la psicoanalisi si vede come il ruolo del “terzo” sia fondamentale per “salvare” dalla madre. Salvare il nascituro dalla simbiosi naturale dei primissimi mesi (Piera Aulagnier l’ha chiamata ”la violenza dell’interpretazione primaria” cfr. “La violenza dell’interpretazione. Dal pittogramma all’enunciato”, Piera Aulagnier, Ed.Borla, trad. Luchetti A., 2005), salvarlo dal suo essere come di una protuberanza della donna che lo ha partorito. Per permettere che ciò accada, ci vuole un terzo che reclami il suo spazio e una madre che glielo conceda. Almeno un po’. Il terzo impone una distanza sufficiente a poter vedere. Un po’ come il dover prendere una minima distanza per poter leggere qualcosa.

Ecco che l’APERTURA  al terzo, crea lo spazio per poter VEDERE.

Ora credo sia ben chiaro perché io abbia sentito l’esigenza di trattare queste due funzioni in parallelo.

        I due film scelti per osservare i risultati della mancata funzione del vedere e dell’aprire sono Hungry Hearts, dove è particolarmente evidente la simbiosi e la violenza primaria dell’interpretazione e MommY che mostra molto efficacemente come il non aprirsi al terzo, alla funzione paterna, generi anche un clima “incestuale”. In Hungry Hearts un padre c’è, ma fa fatica a “buttare giù il muro”; in Mommy la figura paterna è assente.

          VEDERE– Hungry Hearts, lascia una traccia d’angoscia profonda che diventa il filo rosso di tutta la storia. Il film si preannuncia subito claustrofobico, soffocante come tutte le relazioni simbiotiche: i due soggetti si incontrano in un “antibagno\” restando prigionieri della porta che non si apre più. Già in questa prima scena si possono intravedere i rischi di questo incontro: lui pronto a qualsiasi remissione, lei insofferente anche all’odore che un corpo può emanare in quanto corpo. Come suggerisce già il titolo, i protagonisti hanno cuori affamati. Sono affamati d’amore, hanno bisogno entrambe di sentirsi “visti”. Perché Jude e Mina si sono scelti subito? Sono tutti e due “orfani”, si riconoscono in quanto tali, dove ognuno dei due trova nell’altro gesti e modalità familiari che aprono la speranza alla possibilità di riparare ciò che non è stato nella loro vita di figli. Nell’essere orfani psicosociali è l’amore per se stessi ciò che potrebbe essere realmente cicatrizzante. Il problema è che in tutta questa storia non c’è volontà di fare spazio al terzo; la traiettoria infatti si palesa subito attraverso il dialogo tra Mina e la suocera durante il matrimonio (che avviene in tempi brevissimi dalla loro conoscenza. Un’urgenza impellente di riparazione cicatrizzante). “Vienimi presto a trovare dobbiamo conoscerci, anche senza Jude, anzi meglio senza di lui!”

La coppia appena sposata vive i primi momenti anche di spensieratezza, leggerezza e gioia, per quanto si intraveda subito che Mina ha una forte tendenza alla simbiosi affettiva. Fino a quando arriva l’ombra parlata, il fantasma del figlio, l’intrusione del terzo nella coppia. Perché inizialmente è proprio il figlio, o meglio l’embrione, ad essere il terzo!

 Per Mina il terzo è foriero d’angoscia. Alla prima ecografia perde la centratura: nutrire il bambino significa nutrire anche la sua parte bisognosa, che lei rifiuta. Nella simbiosi o affama o è affamata. Non le resta che spostare la simbiosi sul figlio, creando una situazione di interdetto a Jude e a chiunque altro.              
Mina si rifugia nella psicosi, nel delirio che diventa salvifico. Tenendo fuori qualsiasi medico, idea, progetto sul bambino, tenendo fuori qualsiasi azione terza, sente di potersi proteggere, non avendo mai fatto un’esperienza di fiducia, che del resto la simbiosi estromette. La simbiosi di Mina è talmente totalizzante da essere espressa dall’assenza del nome del figlio: una scelta di sceneggiatura a sottolineare che il figlio è solo un fantoccio per le proiezioni di tutti.    
In tutto questo Jude non è in grado di “agire” il terzo tutelando la famiglia, salvando il figlio dalla madre. Risulta molto impacciato nel non sapere come e dove mettere confini. Agisce dei timidi tentativi con l’aiuto della madre, senza però riuscire a mantenersi saldo nel suo ruolo. Anche lui più attratto dalle fantasie riparatorie personali (essere ancora figlio) piuttosto che agire la funzione di padre salvifico.             
Tornando al riferimento iniziale dei due punti uniti da una linea, Jude non riesce ad abbattere il muro per creare lo spazio e la VISTA rimane cieca, imballata dalla simbiosi inscindibile.

                ARIRSI– Mommy  inizia con un urto, un agito. Urto che si ripete per tutta la storia, urto dopo urto che sta a rappresentare un tentativo continuo di liberarsi dalla diade soffocante, dalla simbiosi mortifera non evolutiva, in questo caso visibile in una coppia dove il figlio è già un giovane uomo. 
La totale assenza della funzione del padre come ingresso del terzo che salva dalla madre permette come unico legame possibile quello disperante, in cui “non posso stare senza di te e non posso stare con te!”             
Un rapporto intriso di incestuale come lo definirebbe Recamier (l’autore descrive questa parola come un clima, in cui soffia il vento dell’incesto senza che vi sia incesto, ma seminando silenzio, segreto, sospetto. Cfr: Incesto e Incestuale, Paul Claude Recamier, ed. franco Angeli, 2003).

                In Mommy la madre non riesce a compiere il lutto verso la rappresentazione ideale del figlio (la sequenza in cui lei vede la laurea, il matrimonio, i nipoti…, una sequenza lontanissima dalla realtà) continuando a sognare altro per lui, per lei, per la “coppia”; una relazione in cui entrambe possono provare a vedere solo per qualche attimo ad ogni agito, ad ogni urto, per poi fuggire alla velocità della luce nella negazione  delle difficoltà, in una speranza illusoria intrisa di onnipotenza e narcisismo.          
Questa altanenanza tra disperazione e negazione arriva fino alla fine del film dove la madre si “arrende” alla necessità di agire l’internamento riabilitativo in un istituto disciplinare: qui c’è l’ingresso della funzione del padre, ma di un padre repressivo, punitivo, persecutorio, un Genitore normativo negativo, come lo chiamerebbe Berne; non un padre che libera, che accompagna, che illumina la strada.

Così assistiamo al fallimento di entrambe le funzioni: quella paterna e quella materna.  
La scena finale vuole lasciare spazio alla speranza di una luce interna da poter seguire. (un BL che resiste nonostante tutto e dal quale ripartire), quella luce di cui spesso si parla quando si parla di resilienza, per non chiudere la pellicola con un senso di totale disperazione e, a mio avviso, per ricordare che c’è sempre la possibilità di riparare.

Arrivederci alla prossima funzione: Regolare

Genitori imperfetti 2

Eccoci al secondo appuntamento. Oggi guarderemo da vicino la funzione della

PROTEZIONE

Ho scelto questa immagine perché esiste un test grafico (la persona sotto la pioggia) per verificare come il soggetto percepisce il mondo esterno a sé (molta pioggia-fulmini-lampi-pozzanghere… un mondo minaccioso e pericoloso) e se percepisce di avere meccanismi difensivi attivi (ombrello o altro).

La protezione, fisica e psichica, di un bimbo dovrebbe essere sempre garantita, ma purtroppo non è così. Moltissime storie familiari ci raccontano di quanto la violenza all’interno del nucleo familiare sia il tasso percentuale più alto. La cronaca ne è piena. Anche se, sulla cronaca ci finiscono “solo” le violenze fisiche eclatanti, quasi mai le violenze psicologiche. Perché? perché spesso vengono percepite “normali” o di comune educazione (parlo di cose come i silenzi assoluti imposti magari anche per mesi, in forma punitiva per una semplice disubbidienza).

L’essere umano nasce del tutto inerme, completamente inadeguato al mondo (differentemente dagli animali), può sopravvivere solo in un ambiente umano che se ne prenda CURA.     
E’ molto interessante notare che nella storia/letteratura, tutti i bambini abbandonati che sono sopravvissuti diventano degli EROI (Edipo, Gesù, Romolo…)

Ci sono molti modi di abbandonare: fisicamente, psicologicamente, affettivamente… Ogni abbandono è una ferita e la mancanza di protezione mette le fondamenta per uno stile di attaccamento insicuro o anche peggio, disorganizzato. Cioè si producono danni importanti nella vita di un cucciolo d’uomo.

Anche questa volta sceglieremo un film, per riflettere su scene che entrano nella fenomenologia e per rendere bene l’idea dei possibili danni ho scelto  Familia.

E’ la trasposizione filmografica della storia vera di Luigi Celeste, finito in carcere riabilitativo per 9 anni, dopo aver ucciso il padre violento. E’ una pellicola che descrive molto bene i danni che possono conseguire alla disfunzione genitoriale della protezione, sia interna che esterna, sia fisica che psichica.

         Questo film racconta della matrice che imprigiona. La matrice può essere pensata come un’impronta che lascia per sempre la sua traccia, in questa famiglia è la matrice violenta del padre che non lascia mai liberi i suoi cari (torna sempre a ricercarli, a volerli far entrare di nuovo nella sua vita, senza liberarli da lui), generando così una speranza illusoria di cambiamento di rotta, di matrice, di differenziazione.  
Poi c’è la matrice della madre, diversa: è una matrice di rettitudine, impegno nel lavoro, responsabilità, di impegno di esempio, di speranza e di piccoli gesti quotidiani fatti insieme.

La matrice (basta pensare alle matrici meccaniche come ad esempio quelle della stampa) si ripete SEMPRE uguale a se stessa, immodificabile. Poi possiamo osservare la parte modificabile della matrice, come ad esempio il cambio di colore, o dei caratteri di battitura…        
Ma per modificare una matrice ci vuole molto tempo e anche molto dolore perché perdere la propria matrice è un po’ come perdere una parte di sé, perdere l’appartenenza stessa alla costellazione di quella matrice. Qui possiamo vedere come per Luigi il contesto violento, paradossalmente, lo faccia sentire “a casa”, in un contesto familiare appunto!

Alla prima relazione amorosa Luigi incontra per la prima volta il rapporto paritario nella sua possibilità di esistere (interessante la scena dell’incontro con la fragilità tramite i pulcini, la possibilità di stare con la fragilità)

         Altro punto cardine del film è il rapporto tra fratelli, Luigi e Alessandro che ha seguito la matrice della madre: lavora, non sgarra, cerca di proteggere il fratello fino a quanto gli è possibile.   
Spesso il legame tra pari può essere salvifico nelle famiglie disfunzionali e non protettive. Va sempre ricercato e investito di grande valore.

Credo che in questa storia di vita sia espresso molto bene perché è difficile uscire da matrici violente. Non è facile neanche per la madre, per la moglie, rinunciare per sempre al sogno del cambiamento possibile, spezzare il lavoro del lutto, avviato inizialmente, circa la sua storia d’amore e promessa del persempre.

Per quanto questa storia sia durissima nella sua crudezza, muove anche una tenerezza infinita per tutti i personaggi dilaniati internamente tra il bisogno di appartenere e il bisogno di protezione. E’ una storia molto frequente in tutte le famiglie mafiose… ma forse è il caso di ricordare che:

tutte le famiglie sono mafiose a loro modo

Con questo intendo che in ogni famiglia c’è un “boss” che decide le regole e queste regole spesso possono essere disfunzionali o poco praticabili.

Il problema è che nel termine c’è anche l’aggettivo: famiglia è familiare.

…e ciò che è familiare attira come il miele.

Buona lettura e alla prossima funzione (VEDERE)

Genitori imperfetti

quali funzioni?

Quali sono le funzioni genitoriali di cui tanto più spesso si parla? Cosa andrà a valutare, misurare, osservare un professionista nel momento in cui deve rispondere al quesito “questa persona ha capacità genitoriali?”

Fermo restando che ogni essere umano che si ritrovi a scegliere di mettere al mondo un figlio, cercherà sempre (o spesso) di fare del suo meglio, resta il fatto che nessuno ci insegna ad essere genitori e tantomeno nessuno cerca di mettersi in discussione per capire se sta andando verso una buona direzione o meno. Essere genitori è difficilissimo. Essere dei genitori “sani” anche di più.

Ecco perché ho pensato di provare ad offrire degli spunti di riflessione, seguendo le tappe delle sei funzioni genitoriali: Sintonizzarsi, Proteggere, Vedere, Regolare, Aprirsi, Tradurre.

Con questo intento, pubblicherò un articolo a settimana per ogni funzione genitoriale, iniziando con

SINTONIZZARSI   

Sintonizzarsi è la funzione che permette di avvicinare piani genealogici differenti, che rappresenta una sorta di alleanza libera. Prevede la possibilità di mettere da parte le aspettative del genitore sul figlio, allargare lo sguardo e sintonizzarsi sulla persona-figlio così come è e non come lo vuole/desidera vedere il genitore. Nella sintonizzazione ritroviamo anche il valore dei confini, preziosi anche per distinguere la soggettività e stabilirne le peculiarità.

Vedere l’Altro da sé: per poter provare ad entrare nella sintonizzazione e nella reciprocità è necessario andare indietro, voltarsi indietro per conoscerlo (la persona, non “il figlio”) e solo DOPO, andare avanti. Andare indietro significa guardare il figlio dov’è, aiutarlo a mentalizzare ciò che sta accadendo, vivendo nel presente. Infondere la speraza attiva, contenere la sofferenza depressiva che scaturisce inevitabilmente dalla frustrazione dell’incontro Principio di piacere/Principio di realtà.

Sintonizzarsi prevede che ci si possa spogliare dal proprio narcisismo; è lo stesso processo che accade in psicoterapia rispetto al controtransfert ed alla necessità di conoscerlo per poterlo lasciare fuori dalla relazione terapeutica.

Un film che si può guardare per riflettere su questa funzione può essere Lady Bird

Questa pellicola si inscrive su uno spaccato adolescenziale degli inizi degli anni 2000 (il film è del 2003) in cui i social sono ancora silenti e la protagonista sembra quasi un’adolescente boomer, che si trova a vivere la sua adolescenza nel posto più sfigato della California, Sacramento [cit. chiunque parli di edonismo californiano, non ha mai vissuto a Sacramento. Joan Didion]

Lady Bird non è un’adolescente “tragica”, come siamo abituati a vivere e descrivere l’adolescenza oggi. Vive in un contesto “sufficientemente buono”, come direbbe Winnicott: i genitori sono ancora dei buoni contenitori affettivi e funzionali. C’è un conflitto con la figura materna, ma non c’è la catastrofe. Ci troviamo in una situazione di normo-disfunzione.

La sintonizzazione In Lady Bird non avviene tra Kristin e la madre, ma avviene tra la madre e il padre, così la ragazza può interiorizzare la funzione per osservazione e modellamento.

Il valore dei confini atti a distinguere la soggettività e stabilirne le peculiarità, in questo film è particolarmente messo in risalto da Kristin che riconosce il padre dal gesto di bussare prima di entrare nella sua stanza: la mamma non lo fa! (il padre le chiede come ha fatto a sapere che fosse proprio lui quando bussa alla sua porta per entrare)

         In questo tipo di famiglia, troviamo una costellazione in cui il padre è “ci penso io!” e la madre “tu vivi qui e devi capire, partecipare, ai nostri problemi”.   
Forte e chiaro il peso delle aspettative nella scena in cui la madre le dice “io vorrei che tu fossi la migliore versione di te!” e Kristin risponde:

“… e se fosse questa la mia versione migliore, mamma?”

La risposta di Kristin è veramente uno squarcio a ciel sereno: un urlo che chiede di guardarla con i suoi occhi, che chiede di essere vista nel suo personale desiderio e linguaggio.

Volendo costruire una metafora: “se voglio ascoltare radio Montecarlo devo cercare la frequenza corretta e anche quando la dovessi trovare, non devo aspettarmi di ascoltare musica classica”

Sintonizzarsi prevede di abbandonare l’idea di essere portatori di verità assolute, prevede creatività e soprattutto la curiosità di conoscere la persona che ho di fronte, rinunciando alla mia proiezione.

Buona sintonizzazione a tutti.

arrivederci alla prossima funzione (PROTEGGERE)

Amore

Amore     
dal latino: A, alfa privativo greco (che nega la parola che segue) + mors che significa morte. Questo viene interpretato come “amore senza fine”, “amore come unica forza in grado di sconfiggere la morte”, o simili concetti.         
A volte, paradossalmente nella vita quotidiana, diventa esattamente il suo “contrario”: ti amo da morire…. a voler indicare che il proprio amore è ancora più grande di un amore che sconfigge la morte e ne accetta la sua supremazia      …
Il punto su cui vorrei posizionare il focus è un’interpretazione credo maggiormente evolutiva:

                                             “tutto ciò che combatte la mortificazione dell’Altro  
                                                          è l’informazione che il cervello         
                                                          incarnato riconosce come amore”    
                                                               (cit. Daniela Lucangeli)

Quando ho ascoltato la P.ssa Lucangeli fare questa asserzione durante una conferenza, ho sentito che finalmente avevo trovato la definizione per questa parola, così difficile e vischiosa AMORE.        
La relazione con l’Altro è sicuramente l’impresa più olimpionica alla quale possiamo decidere di dedicarci in tutto lo scibile dei fatti terreni.  A mio avviso, rientra in questa impresa anche la relazione con i figli. Si. Perché spesso è difficile anche con loro fare un passo indietro, lasciarli liberi di andare dove vogliono esplorare, lasciarli liberi di essere.    
Credo che la trappola sia il bisogno di controllo che si appoggia sulla condizione esistenziale più gettonata del “io sono Ok, tu non sei Ok” (crf. E. Berne) 
Provo a spiegare il mio flusso di pensiero: nasco (come la maggior parte degli esseri umani) in una famiglia poco consapevole delle dinamiche psicologiche e dove vigono delle regole che vanno seguite abbastanza alla lettera (poi ci sono anche casi in cui le regole non esistono proprio, ma il risultato di insicurezza finale non cambia); tendenzialmente ci sono due grandi possibili derive: cresco insicuro perché quello che penso/dico/faccio non va mai bene; cresco con la convinzione di essere una sorta di semidio e poi sarà il mondo esterno a bastonarmi pesantemente.  
Questo conduce inevitabilmente a vivere una ferita narcisistica molto forte (io non vado bene così come sono) che spinge alla tentata soluzione paranoica di convincersi in realtà di essere gli unici ad aver capito come deve funzionare il mondo, come si devono vivere le cose della vita, come e quali regole sono “giuste”.         
Questa ferita narcisistica può influenzare profondamente le relazioni con gli altri. Il desiderio di controllo, derivato dalla paura di non essere abbastanza, può portare a soffocare l’autonomia e la libertà dei propri figli, del proprio compagno/a, impedendo loro di crescere, esistere e di esplorare il mondo in modo autentico.          
              Amare veramente significa lasciare andare, significa accettare che l’Altro sia diverso da noi e che abbia il diritto di essere se stesso. Significa abbracciare la vulnerabilità e la complessità delle relazioni umane, accettando che non sempre siamo nella posizione di potere.           
In questo senso, l’amore diventa un’azione attiva che cerca di proteggere l’integrità e l’autonomia dell’Altro, piuttosto che cercare di imporre i nostri desideri e le nostre paure su di loro. Amare è un atto di coraggio, un atto di fiducia nell’essere umano e nelle sue capacità di crescita e di evoluzione.

Per concludere, penso che l’amore sia il motore principale che guida le nostre relazioni e che, se coltivato con consapevolezza e rispetto, può portare a una crescita personale e relazionale senza fine.

Amare, dunque, significa lottare contro la mortificazione dell’Altro, significa riconoscere e rispettare la sua unicità, permettendogli di essere se stesso senza giudizi o condizioni, godendo del privilegio di potergli essere accanto, di poter essere ispirati dalla sua diversità di sguardo.

Fare Spazio…come costruire relazioni piacevoli

Fare spazio.

Cosa significa?

Nei miei ricordi, “fare spazio” è associato a qualcosa di scomodo, fastidioso, noioso.      
Mi sentivo chiedere spesso di “fare spazio”: togli i tuoi giocattoli, dobbiamo cenare; sposta le tue bambole, la tata deve stirare; stringi le foto, sennò non entrano tutte nella pagina.       
Insomma, ragionando in termini di “significato/significante (come direbbe De Saussure), la frase “fai spazio” è legata spesso a qualcosa di negativo.

Forse è proprio qui il problema!

Già, perché se si desidera avere “qualcuno” nella propria vita, fare spazio è imprescindibile. E non è un’attitudine innata, è qualcosa che si costruisce, che si deve coltivare, nutrire, curare.

Ancora una volta sta arrivando il Natale: croce e delizia di ognuno di noi.             
Molte sono le famiglie, i nuclei lontani, anche se non troppo lontani, e quando arriva il Natale, già dai primi giorni di novembre, si inizia a delineare la trama della possibile “tragedia”.            

Dai miei o dai tuoi? Tu dai tuoi e io dai miei? Il 24 dai tuoi e il 25 dai miei? E santo Stefano? Eh, ma io ho due “Stefani” in famiglia, tu solo uno!…           
Giorni di dibattiti, di lotte intestine ad accaparrarsi la parte più lunga di una coperta che sarà sempre troppo corta, perché qualsiasi sia il verdetto finale, il problema resta “fare spazio”!

Si, perché il vero focus della cosa è la capacità (o meglio dire la volontà) di fare spazio. Fuori, ma soprattutto dentro!

Mi spiego meglio.

Abbiamo deciso per il 24 tutti da noi: i miei e i tuoi. Si fermano anche a dormire perché si farà troppo tardi e la nonna, povera, ha già 87 anni. 
Dove li facciamo dormire?          
Quale bagno devono usare?      
No, non esiste, io il mio letto non lo cedo: non fa niente che il letto della camera degli ospiti non è tropo comodo, tanto se ne devono andare domani!  
Nel bagno grande ci sono tutte le mie cose, li mettiamo in quello piccolo, però non ho voglia di togliere tutte le scope dalla doccia: tanto mica si dovranno fare la doccia, si fermano solo una notte! Se la fanno a casa.

Prepariamo la stanza, tra libri, scatole, vestiti, scarpe, pc, casse, valigie, stendino… Va benissimo così. Ci arrangiamo tutti.

Magari vedo anche la meraviglia della stanza preparata e mi faccio anche i complimenti per essere stat@ così ospitale.

Il frigo è pieno: latte, yogurt, uova, carne, pesce, vino bianco, acqua gassata, burro, pancetta…, non fa nulla che mi sono dimenticat@ che loro sono vegani e la nonna ha il colesterolo da tenere sotto controllo.

Spazio.

Ho dello spazio per qualcosa che vada oltre me?
Ho desiderio di svuotarmi un poco di me per poter accogliere te?

Si, perché per potersi incontrare veramente, abbracciare, toccare (soprattutto nel cuore) serve svuotare l’EGO. Rinunciare per un tempo, ad essere abitat@ completamente da me e dalle mie abitudini; magari raccontandomi anche che sono le migliori abitudini del mondo, così che tutti si potranno trovare bene ad essere inseriti nelle mie!

Ecco, credo che il problema principale del Natale sia questo. La difficoltà a fare spazio per accogliere. Chiedersi se siamo veramente disponibili.

Togliere i miei vestiti da un’anta dell’armadio per fare spazio ai tuoi vestiti, togliere le mie cose dal bagno per far spazio alle tue, chiedermi che cosa ti fa piacere mangiare per il piacere di vivere per due giorni il tuo mondo, o anche solo vederlo attraverso i tuoi occhi.

Essere destabilizzati e portati fuori dalla zona di confort.

Se stare insieme a Natale non significa questo (fare un viaggio all’interno del mondo dell’Altro), quelle ore condivise possono solo risultare pesanti, formali, irritanti…, tanto da iniziare il conto alla rovescia solo dopo due ore.

È un po’ come avere un figlio: se non mi svuoto di me, come accolgo te?

A questo punto credo che alcuni di voi stiano gongolando nel pensare “io non sono così, io sono bravissim@ nell’arte dell’accogliere!”

Mi ricordo tutto quello che piace e non piace, cedo la mia camera da letto per fare spazio a loro, ho già fatto la spesa per tutti e 15 giorni che saranno qui e anche preparato una lista di cose meravigliose da fare insieme…

Il punto è che lo spazio da fare è prima di tutto dentro di noi. La disponibilità di cui sopra, necessita di rispetto, tempo e pazienza. Permettere all’altro di avere il tempo di sentire che cosa desidera, avere il tempo e la possibilità di potermelo chiedere senza sentirsi in obbligo di accogliere e gioire di tutte le cose che posso aver anticipato già.

Fritz Perls ha parlato di “vuoto fertile”, l’arte profonda e rarissima di chi sa farsi vuoto per aspettare di poter accogliere ciò che arriverà. Senza aspettative, senza pretese.

Un po’ come stare fermi a braccia aperte, pronti ad accogliere qualsiasi cosa arriverà, solo per la gioia del fatto che sta arrivando qualcosa. Anche un rifiuto!

Si, anche un rifiuto. Perché se una persona che amo e che mi ama si sente libera di dire “no”, significa che si sente libera di poterlo fare. E questo è veramente un gran bel segnale d’Amore.

La chiave perciò, potrebbe essere concentrarsi sulla novità, sulla sorpresa, su cosa porta nella mia vita la presenza di altri per qualche tempo. Rimanere aperti e fluttuanti, come fare un viaggio esotico! Pronti a gioire di qualsiasi cosa, ricordandoci che la vita non è eterna e dare amore e libertà è nutriente soprattutto per chi dona.

…e se non è così, meglio lasciar perdere: sappiamo già che sarà solo una tortura per tutti.

Auguro a tutti noi un meraviglioso vuoto fertile di preparazione per il Natale che sta arrivando.

Relazioni a tempo

Accolgo ogni giorno racconti di dinamiche relazionali condite da tristezza, rancore, rabbia, paura. Ascolto con pazienza, empatia, accoglienza. Eppure dopo pochi minuti dentro di me parte come un ticchettio: è il conto alla rovescia della fine della relazione. No, non ho nessuna capacità di chiaroveggenza! Ho solo imparato a riconoscere i segnali inequivocabili del “gioco al massacro”.

In un’era dove l’onnipotenza ha superato la fantascienza, dove l’idea di poter gestire, controllare, prevedere è diventata una certezza, la possibilità di costituire delle relazioni “sane” perde sempre di più terreno.

Specifichiamo: per relazione sana non intendo una relazione in cui non si litiga! Per relazione sana intendo l’incontro di due persone consapevoli del funzionamento soggettivo che nell’incontro con l’Altro tengono libertà e rispetto al centro della costruzione. Relazioni in cui la differenza di pensiero possa suscitare curiosità e non giudizio e svalutazione; relazioni in cui l’accettazione intrinseca del rischio, possa non scatenare dinamiche ti possesso, manipolazione dell’Altro per tenerlo a sé. Relazioni in cui ogni soggetto è consapevole dei confini e della differenza tra desiderio e bisogno. Relazioni che non chiudono bensì aprono alla vita, alla crescita, all’evoluzione di ognuno dei soggetti.

Di questi tempi il tema della “dipendenza affettiva” va decisamente per la maggiore. In ambito psicologico, sociologico, antropologico, coaching, prima o poi ci si imbatte in un articolo sul tema. Più o meno i concetti sono sempre gli stessi e ogni professionista cerca di esprimerlo a modo suo. Con questo libro, Relazioni tossiche (qui puoi acquistarlo su Amazon), più che parlare della dipendenza affettiva, cerco di descrivere alcune delle dinamiche più frequenti che si possono mettere in piedi e che, nel tempo, portano esattamente all’opposto di ciò che si desidera: allontanamento e non avvicinamento. Cercando aiuto anche nella letteratura, provo a descrivere delle modalità precise che conducono alla certezza della rottura.

Non è un testo tecnico e forse potrà risultare anche un pò ripetitivo perché alcuni passaggi li ho ripetuti in modalità leggermente differenti nel desiderio di riuscire a spiegarmi bene. Il linguaggio tecnico è ridotto all’osso: utilizzo i riferimenti alla letteratura di Eric Berne con il suo GAB (Genitore, Adulto, Bambino) perché trovo geniale l’idea che l’essere umano sia un condominio e che ogni volta che pensiamo siamo ad una riunione di condominio con i tipici litigi del caso. Tutto nella nostra testa.

Con questo assunto di base, ogni volta che due persone si incontrano (iniziando un qualsiasi tipo di relazione) in realtà si stanno incontrando 16 persone diverse: ognuno porta in sé un Genitore Normativo Positivo, un Genitore Normativo Negativo, un Genitore Affettivo Positivo, un Genitore Affettivo Negativo, un Adulto, un Bambino Libero, un Bambino Adattato e un Bambino Ribelle = otto persone diverse. Ognuna di queste parti ha differenti motivazioni per esprimersi e diventarne consapevoli può aiutarci a comprendere che tipo di relazione stiamo realmente costruendo. Ad esempio, se mi pongo sempre come Bambino Adattato, non mi stupirò di essere trattato come una persona passiva e senza spirito di iniziativa.

Si, perché non c’è una regola fissa nel comportamento che possiamo decidere di adottare, ma una RESPONSABILITA‘. Cioè, posso decidere di andare nel mondo come Bambino Adattato perché da qualche parte mi fa comodo, l’importante è che ne conosco le derive e le accetto senza poi lamentarmi delle conseguenze dirette. La felicità deriva dallo scegliere consapevolmente come si vuole vivere e dalla possibilità di accettare il fatto che non si può piacere a tutti.

Scrivere questo testo ha risposto al desiderio personale di poter essere utile in questo processo.

Buona lettura

Puoi acquistare il libro su Amazon, lo trovi qui.

La relazione di coppia nella disforia di genere: un’indagine Rorschach con le partner di FtM

In questa epoca fluida, sorgono nuovi quesiti anche in ambito scientifico. Una persona a termine di transizione può trovare un partner con il quale avere una relazione soddisfacente? Che modalità relazionale si instaura tra una donna che si percepisce eterosessuale ed una persona FtM?(1) Come mai una donna che si percepisce eterosessuale sceglie come compagno un FtM?

Questi, tra i vari, i quesiti che hanno motivato questa ricerca.

Il tema del genere è un tema molto complesso. Maschile-femminile sono due termini diventati insufficienti per racchiudere tale complessità.

Negli anni si sono succeduti termini come transessualismo, disturbo dell’identità di genere, fino alla più recente definizione di disforia di genere.

per quanto il linguaggio tenti di descrivere questa via tortuosa dell’esistenza, non potrà mai esserne all’altezza.

Questo è un lavoro che spero possa divenire uno studio pilota per continuare ad approfondire il tema nel futuro. Non ha la pretesa di offrire risposte, ma solo il desiderio di offrire punti di riflessione derivanti da ciò che è emerso con l’utilizzo del Test di Rorschach, osservazioni sul campo, confronti con altri lavori simili e soprattutto incontri clinici con i soggetti.

Buona lettura

(1) FtM: acronimo con il quale si identifica un soggetto geneticamente femminile che transita ad un corpo maschile.

Rorschach nuova taratura italiana e tavole di localizzazione

Chi lavora con il Test di Rorschach sa quanto sia importante poter avere una taratura aggiornata. Il nostro team ha iniziato a soffrire di un aggiornamento ormai troppo datato e questo ci ha spinti ad iniziare un’opera veramente titanica. Il lavoro di ricerca è durato circa cinque anni e finalmente approda ad una pubblicazione CIFRIC per la fruizione di tutti i colleghi che desidereranno interfacciarsi con una taratura aggiornata.

All’interno si trovano tutte le nuove tavole di localizzazione con le percentuali aggiornate. Il tutto con la metodologia di siglatura CIFRIC.

Buona consultazione