Avere il coraggio di essere se stessi

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Se un individuo sperimenta pesanti disordini durante la sua educazione, può succedere di nascondere agli altri il proprio “Io” per paura di non essere accettato. Ma può anche capitare che quello stesso individuo non sappia davvero chi è. Una buona conoscenza di sé facilita le relazioni con gli altri e migliora l’autostima.

Negli anni sessanta due ricercatori (Joseph e Harry) hanno proposto un modello che hanno chiamato “Finestra di Johari“, che dovrebbe descrivere il modo in cui evolve la comunicazione interpersonale. In realtà può essere altrettanto utile per esaminare le modalità di evoluzione dell’autostima.

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Quando sviluppiamo l’autostima, aumentiamo la nostra apertura a livello del quadrante la facciata” perché accresciamo la fiducia in noi stessi e negli altri. Il punto cieco si riduce perché l’apertura agli altri e alle loro opinioni accresce la conoscenza che abbiamo di noi stessi. Analogamente può ridursi anche “L’ignoto” perché l’inconscio trova i mezzi per esprimersi.

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Consultare chi avete intorno può diventare il vostro più grande tesoro: solo partendo dalla conoscenza di ciò che si suscita nell’altro, si può decidere se è il caso di operare qualche cambiamento. Come una caccia al tesoro tutti i nostri amici diventano compagni di viaggio e di scoperta.

Buon divertimento!

Le tavole di Rorschach come strumento terapeutico in un caso di Disturbo Ossessivo Compulsivo di Personalità

A novembre ho avuto la possibilità di esporre un caso clinico al Convegno Internazionale Rorschachcaso grazie al quale ho mostrato l’efficacia dell’utilizzo di questo strumento non solo come strumento diagnostico, ma anche come strumento terapeutico in ottica gestaltica.  I colleghi del CIFRIC di Napoli mi hanno ospitato sulle loro pagine e qui sotto potete trovare il video completo dell’intervento.  

Lo sai che puoi dire “no” alle carezze negative?

 

(per una splendida introduzione all’argomento puoi andare a questo link: http://www.claudesteiner.com/fuzzyit.htm

 

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Tutti gli esseri umani hanno bisogno di riconoscimenti. Nella teoria dell’Analisi Transazionale, qualsiasi gesto  che soddisfa questo bisogno innato viene definita carezza.

Quanti tipi di carezze esistono , come tendiamo a soddisfare il nostro bisogno di stimoli?

Esistono vari tipi di carezze:

– Verbali o Non verbali. Le carezze verbali vanno dal semplice “Ciao!” a una conversazione completa: includono tutti quei segni di riconoscimento che le persone possono darsi attraverso le parole.

Oggi la carezza più ricercata è il like nei social che veicola la profonda sensazione di riconoscimento del gruppo “amici”.

Le carezze non verbali sono dei segnali che non richiedono le parole, come i sorrisi, gli abbracci, o anche i maltrattamenti fisici: l’argomento diventa meno intuitivo nell’andare a scoprire la prossima tipologia di carezze.

– Positive o Negative. Mentre le carezze positive vengono vissute da chi le riceve come dei gesti piacevoli, quelle negative sono invece spiacevoli (ad esempio, l’insulto di cui sopra). Nonostante l’effetto che le carezze negative hanno su chi le riceve, le persone non cercano sempre quelle positive evitando le negative, poiché qualsiasi tipo di carezza è meglio di nessuna carezza, purché venga soddisfatto il proprio bisogno di stimoli. Nel mondo del gossip spesso si sentono dichiarazioni del tipo “che parlino pure male, purché ne parlino!”

Può succedere che in momenti in cui da bambini avevamo bisogno di una carezza positiva, non l’abbiamo ricevuta e il nostro bisogno di riconoscimenti non sia stato soddisfatto; abbiamo allora trovato dei modi per ottenere altri segnali di riconoscimento, anche negativi e dolorosi, pur di non rimanere privi di carezze. Un esempio può essere rappresentato da un bambino che viene trascurato dai genitori poco presenti, e pur di esser “visto” attua comportamenti oppositivi o violenti, ricevendo punizioni anche severe. Questo bambino continuerà a comportarsi così, anche se in risposta ai suoi comportamenti avrà delle carezze dolorose, se questo sarà l’unico modo per ricevere le attenzioni dei genitori ed essere dunque riconosciuto da loro.

Cosa succede a questo bambino quando diventa adulto?

La maggior parte delle volte da adulti si tende a reiterare gli schemi infantili, perché sono diventati automatici e inconsci.

Steiner sottolineava come i bambini occidentali vengono allevati secondo una rigida Economia delle carezze, che segue cinque regole fondamentali:

  • non dare carezze;
  • non chiedere carezze quando ne hai bisogno o le desideri;
  • non accettare carezze anche se le desideri;
  • non respingere le carezze quando non le desideri, o anche se non ti piacciono;
  • non accarezzare te stesso.

Con queste regole i genitori insegnano ai bambini che le carezze sono in quantità limitata, con il vantaggio di accentrare su loro stessi una sorta di monopolio delle carezze.

I bambini hanno bisogno di carezze per crescere e ben presto imparano come ottenerle, e cioè comportandosi come mamma e papà vogliono. Inconsapevolmente gli adulti continuano a vivere secondo queste regole, ma il prezzo che pagano è quello di una vita parzialmente deprivata, con limitati scambi affettivi e un dispendio di energie alla ricerca di carezze ritenute erroneamente esigue. In tal modo il nostro bisogno di riconoscimento rischia perennemente di rimanere insoddisfatto.

E allora che fare?

Innanzitutto, per imparare a scambiarci carezze in maniera autentica e appagante, occorre concederci il permesso di violare queste regole implicite. Gli Analisti Transazionali Wollams & Brown hanno elaborato dei suggerimenti preziosi e stimolanti:

Dare carezze è OK. Raramente si vizia qualcuno dandogli troppe carezze positive. Per i primi 18 mesi di vita, o giù di lì, si possono liberamente dare carezze positive ai propri bambini che le assorbiranno e diventeranno felici, ottimisti e avranno un corpo sciolto e sano; e questo sarà un piacevole aiuto per il resto della loro vita. Le carezze positive sono anche ben accette e desiderate anche da bambini più grandi: solo l’eccesso rallenta la crescita. Carezze positive date da amici, innamorati, dipendenti di lavoro e altri avranno come risultato un senso di benessere e piacevoli rapporti reciproci. Se si è aperti a queste carezze, vi sarà una tendenza a ottenere in cambio una quantità uguale a quella data. Molte persone desiderano dare carezze solo dopo averle ricevute dagli altri. Dando per primi si ottengono migliori risultati.

Anche ricevere carezze è OK. Ce le meritiamo! Non si deve fare i difficili. Osservate come i neonati o i bambini piccoli non si preoccupano se la carezza è di prim’ordine o superlativa. Prosperano con qualsiasi cosa sia positiva e non si preoccupano neppure di dire grazie, ma solo di assorbire lentamente la carezza e di sentirsi bene. Quando dicono grazie, è segno che hanno ricevuto la carezza e non che volevano compiacere qualcuno. Gli adulti ben educati, che non sanno che è OK ricevere carezze positive, dicono velocemente grazie e si scrollano via la carezza o si irrigidiscono domandandosi cosa devono fare per restituire il favore. Una carezza data liberamente non obbliga a nessuna risposta. Se fa bene, prenditela, godila, senza cercare complicazioni!

  • Chiedere carezze.

E’ OK anche chiedere carezze, e quelle che si ottengono domandandole hanno la stessa importanza di quelle date spontaneamente. Non dobbiamo aspettarci che la gente ci legga nel pensiero quello che desideriamo. Il neonato piange per ottenere il tipo di attenzioni che vuole e ne gioisce quando le ottiene. Questo sistema di chiedere direttamente ciò che si vuole aumenta al massimo le possibilità di ottenerlo, ed è un buon sistema per ogni età.

  • Rifiutare di dare carezze.

Non si è obbligati a dare agli altri quello che vogliono. Quando si dà mentre in realtà non si ha voglia di farlo, non se ne ricava nessuna gioia e neppure l’altra persona si sentirà bene. Purtroppo quelli che danno carezze, sia quando desiderano che quando non lo desiderano, presumono che gli altri si comportino allo stesso modo, e così svalutano la maggior parte delle carezze che ricevono. Dai solo quello che desideri dare e aiuta a stabilire una onesta gestione delle carezze.

  • Rifiutare di ricevere carezze negative.

Quando qualcuno ci tratta male è possibile “metterlo a posto”. Sentire la ferita di una carezza negativa può a volte condurre in automatico a pensare che ce la meritavamo o che non è possibile fare nulla per evitare di accoglierla.

Non è così!

Abbiamo il potere di mettere un freno anche alle carezze negative, dandoci il permesso di mettere un limite e sottolinearlo, attivando la protezione affettiva dall’interno di noi stessi.

 

 

Per saperne di più:

Eric Berne, “A che gioco giochiamo”, Bompiani, Milano, 1967.

Eric Berne, “Ciao!… E poi?”, Bompiani, Milano, 1979.

Steiner, C., “The Stroke economy”, in Transactional Analysis Journal, 1, 3, (luglio 1971).

Wollams, M. & Brown, S. (1978). “Analisi Transazionale”. Trad It.: Assisi: Cittadella, 1985.

 

“L’erba del vicino è sempre più verde” (…fino a quando non scopri che era sintetica!)

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“Si dice che una convinzione è solida quando resiste alla coscienza che è falsa” (Paul Valéry)

   I pazienti con i quali lavoro ogni giorno, le persone che mi scrivono per avere una risposta alle grandi domande esistenziali come “Chi sono io?” o “Come faccio ad essere felice?” e mille altre su questo genere, hanno un punto in comune. Si pongono come soggetti “passivi”.

Vittime.

Dei genitori, del lavoro, della società, del coniuge, …..

Nella maggior parte dei casi mi trovo di fronte ad un senso di rassegnazione, d’impotenza o di straordinaria perseverazione dell’idea.

Sono molto rare le persone  che si pongono come “soggetti agenti” che arrivano a chiedere aiuto da  una posizione del tipo: “Sento che sto mentendo a me stesso. Ho paura di morire senza aver mai veramente vissuto. Mi può aiutare?”

In questi casi il cambiamento e la “guarigione” è certa!

Una domanda ben posta contiene già metà della risposta. Ed io so di essere di fronte ad una persona veramente pronta e motivata al cambiamento.

Purtroppo anche quando un essere umano cerca aiuto, la tentazione inconscia di rimanere nella posizione della vittima persiste.

Perché paradossalmente rimane molto comodo pretendere.

Pretendere di avere ragione, pretendere di avere una ricetta magica per risolvere le difficoltà, pretendere attenzione, pretendere amore…

Qual è la differenza tra pretendere e chiedere?

Nel chiedere dimora la capacità di accettare un rifiuto, che a sua volta significa rispettare l’Altro come entità separata e portatrice dei suoi propri diritti ad esistere.

Nella pretesa l’Altro non solo è inesistente, l’Io non è in relazione e quindi è fermo.

Oggi vorrei riflettere su questo: della crescita personale come esseri umani.

Vorrei offrirvi la possibilità di variare la convinzione che la vostra personalità e il vostro carattere sono quelli che sono, e che niente può essere cambiato. Dimenticarvi per sempre che la vostra sorte e il vostro destino dipendono dal vostro patrimonio genetico, dall’educazione ricevuta, dai genitori, dagli insegnanti, dalle congiunture astrali, da quell’intruso di vostro fratello.

Voi avete creato la vostra personalità. Voi avete il potere di cambiarla. In qualsiasi aspetto e di dare alla vostra vita un nuovo corso, del tutto soddisfacente e in linea con le vostre aspettative più fantastiche.

La mente umana è estremamente pigra. Di fronte ad un qualsiasi evento o stimolo tenderà sempre a ricercare una risposta già esistente nella propria bacheca delle risposte generalizzabili. Solo quando non trova nulla di “già utilizzato in precedenza” si rassegna alla creatività di una risposta nuova.

Il motivo per il quale la maggior parte degli esseri umani fornisce risposte vecchie a problemi nuovi per tutta la vita è che in adolescenza abbiamo già una bacheca più che fornita e…ci adagiamo.

Ognuna delle posizioni che assumiamo nel corso della vita non è altro che l’esito di una convinzione, di un punto di vista sul mondo sviluppato nei primi anni di vita.

Siete insoddisfatti?

Volete fare l’unico vero “atto di fede” utile?

Valutate la possibilità che le convinzioni che vi siete fatti sulla vostra vita siano false.

Dentro di noi dimora come un “boicottatore”, una forza che blocca la propria crescita personale che agisce con strumenti specifici. Conoscerli e imparare a ri-conoscerli vi permetterà di trasformare qualsiasi cosa della vostra vita.

 

  • Sono fatto così, non ci posso far niente (non riesco)

Qualunque sia il vostro punto di vista sul mondo, qualunque carattere abbiate, timido, pauroso, introverso, aggressivo, non dovete pensare di dover rimanere così per sempre. Potete sperimentare soluzioni nuove, cambiare la vostra esistenza, assumere una posizione creativa e dinamica di fronte alle opportunità della vita.

 

  • E’ un fatto genetico

“Sono il ritratto di …, completamente incapace di …”. Se la qualità della vostra vita non dipende da voi e dalle vostre scelte personali, ma è scritta nel vostro DNA, potete sentirvi autorizzati a non muovere un dito per migliorarla I limiti che sperimentate non dipendono dal vostro patrimonio genetico. Sono il risultato delle vostre convinzioni. Modificate le convinzioni su voi stessi e regalatevi il piacere di sperimentarvi nella vostra esistenza.

 

  • Ho avuto un’infanzia infelice. I miei genitori sono responsabili della mia infelicità.

E’ possibile che i vostri genitori non siano stati perfetti, che non abbiano corrisposto esattamente al modello di genitore che da bambini avreste desiderato. Volete incolpare per tutta la vita vostro padre e vostra madre per tutto ciò che non funziona nella vostra esistenza? Avete così tanto rancore verso di loro da  pensare di dover essere “risarciti”?

E’ fondamentale per voi rinunciare a questa falsa convinzione. La vostra infanzia vi ha segnato, non c’è alcun dubbio. Allo stesso tempo è altrettanto vero che in ognuno di voi esistono le risorse per scegliere il proprio destino e modificare il corso di qualsiasi evento. Per quanto possa essere duro, non siete l’esito di ciò che vostro padre e vostra madre hanno stabilito per voi. Siete ciò che avete deciso di essere.

Se fino ad oggi avete deciso di essere vittime, si può partire dal decidere di essere protagonisti e andare a cambiare ciò che ha generato malessere.

C’è qualcosa di cui non riuscite proprio a liberarvi?  Dategli una nuova luce, e valorizzatelo.

 

  • Non dipende da me. E’ colpa dell’ambiente in cui vivo, della cultura, della società.

Se tutta l’umanità avesse pensato così, ci saremmo estinti. Pensate ad esempio a figure come Copernico che trova da solo la lucidità e il coraggio supremo di affermare il contrario di ciò che tutti ritenevano certo.

Ripetere ciò che vi hanno detto, e che avete già detto mille volte, è più rassicurante che iniziare a pensare con la vostra testa? State rinunciando, volontariamente o senza rendervene conto, a svegliarvi e a compiere il vostro destino superiore su questa terra: conoscere voi stessi, realizzare voi stessi come esseri umani compiuti.

Nel sonno generale della ragione e della consapevolezza un uomo si è svegliato e ha pensato. Ha indicato una via. Nuova e diversa da quella indicata dal suo ambiente, dalla cultura del suo tempo, dal consorzio sociale di appartenenza. Potete farlo anche voi.

Ancora una volta è una questione di responsabilità personale.

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Osservate queste due linee: qual’è la più lunga?

In realtà sono identiche, ma la posizione differente degli angoli terminali crea un “effetto ottico” che inganna la percezione.

In una stanza dove tutti si battono per dimostrare che la prima è più lunga della seconda, voi avete la possibilità di “uscire dal coro” e proporre una soluzione per verificare: è necessario non fidarsi ciecamente di ciò che ci sembra di vedere, dubitare della realtà apparente.

Se almeno una di queste false convinzioni vi suona familiare, forse sarebbe il tempo di cercare nuove prospettive e nuove soluzioni.

Ricordate: l’erba del vicino non è più verde, o se lo è veramente forse potete fare qualcosa di nuovo affinché lo diventi anche la vostra.

Le emozioni parassite. Evoluzione storica del concetto di autenticità del sé, sintomo e “qui ed ora”

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Cosa sono le emozioni? A che cosa servono? Sono segno di debolezza o di forza? Si possonocontrollare?

Questi i quesiti più frequenti che incontro nella mia professione di Psicoterapeuta, che mi invogliano ad una rivisitazione del concetto di spontaneità.

Sono molti gli esempi che in letteratura si sono occupati del problema dell’autenticità e dell’ambiguità della natura umana. Da Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde, al Il sosia di Dostoevskij, l’ Amleto di Shakespeare fino a Luigi Pirandello, che ha fatto del rapporto tra finzione e realtà un aspetto centrale della propria poetica.

In ogni caso il concetto di autenticità è molto antico ed è stato motivo di riflessione sia sul piano filosofico che su quello psicologico.
Per Kierkegaard esiste una terza possibilità: darsi alla vita religiosa, ma questo vorrebbe dire rinunziare totalmente al mondo.In filosofia lo ritroviamo nell’opera di S. Kierkegaard, che nel suo scritto Aut-aut (1843), polemizzando con Hegel, afferma che non è sufficiente indicare all’individuo una vita sociale ben ordinata (famiglia, società, stato) se non si tiene conto dei problemi specifici del singolo. Nella vita reale, infatti, l’uomo è costretto a fare continue scelte tra autenticità e conformismo che possono essere simbolicamente ben rappresentate dalla possibilità del matrimonio. Bisogna sposarsi o non sposarsi? Essere come Don Giovanni e darsi alla ricerca continua di nuovi piaceri senza essere mai soddisfatto, oppure divenire un buon marito e dedicarsi a una vita coniugale, borghese e tranquilla, socialmente accettato, ma vittima della noia? emozioni maschere

Altri autori che si sono occupati di questo argomento dal punto di vista filosofico sono stati Martin Burber che ha elaborato il concetto di uomo autentico (1923), e del pragmatico Hans Vaihinger (1967) che ha sostenuto la dipendenza dei valori intellettuali da quelli vitali.

In psicologia la problematica dell’autenticità è stata affrontata inizialmente da un punto di vista psicoanalitico.

Sigmund Freud, nel Caso clinico del presidente Schreber (1910) descrive, attraverso questo soggetto, una parte lucida della personalità (che gli permetteva, pur con dei limiti, di far fronte ai suoi compiti di Presidente della Corte d’Appello) e una parte ricostruita, che gli consentiva di vivere in un mondo delirante e deformato, ma pur con una speranza di guarigione.

Ancora più chiaro è il riferimento all’autenticità nell’opera di Helen Deutsch che descrive unapersonalità come se (1934) in persone che dietro un apparente facilità nel mettersi in relazione nascondono un profondo vuoto interiore che produce negli altri l’impressione di una mancanza di spontaneità e un senso di falsità. Essi non sarebbero capaci di una vera e propria identificazione (cioè di rivivere in sé e assimilare i modelli altrui facendoli propri), ma solo di un’imitazione superficiale non ben integrata con gli stati più profondi della personalità. Tale condizione li costringerebbe, in modo inconsapevole, a modificare di continuo l’immagine che presentano agli altri, aderendo in modo imitativo alle richieste e alle aspettative esterne (ricordano il personaggio di Zelig, l’uomo camaleonte descritto nel film di Woody Allen).

Anche Wilhelm Reich si occupa dell’autenticità umana quando, parlando dell’armatura o corazza caratteriale, evidenzia la funzione protettiva di questa, pur sostenendo che i momenti non caratteriali di rapporto con il mondo esterno, meno frequenti, sono più liberi e aperti. Egli scrive:

Il carattere consiste in un’alterazione cronica dell’Io che si potrebbe definire indurimento. Questa è la base sulla quale il modo di reagire tipico della personalità diventa cronico. Il suo scopo è quello di proteggere l’Io dai pericoli interni ed esterni. Come meccanismo di protezione diventato cronico può essere chiamato a ragione armatura. Armatura significa inequivocabilmente una limitazione della mobilità psichica di tutta la personalità. Questa limitazione è attenuata da rapporti non caratteriali, cioè atipici, con il mondo esterno che sembrano comunicazioni rimaste libere in un sistema per il resto chiuso (Reich 1933, p.187).

 

Ma l’autore che, a mio parere, più di ogni altro ha colto le profonde implicazioni della problematica dell’autenticità è stato lo psicoanalista e pediatra inglese Donald W. Winnicott, al quale si deve lo sviluppo del concetto di falso Sé.

Winnicott parte dalla constatazione semplice, ma non sempre evidente, che l’assenza di malattie non corrisponde necessariamente a uno stato di salute. Solo la capacità di essere creativi e la sensazione della propria autenticità danno all’individuo il sentimento che la vita vale la pena di essere vissuta. Da questo punto di vista un individuo che vive una crisi esistenziale può essere più sano di quello in cui l’apparente condizione di normalità è sostenuta da un falso Sé (Winnicott 1977).

Per Winnicott il vero Sé origina dalla vita corporea ed è allo stesso tempo fisico e psichico. Esso corrisponde al gesto spontaneo (è il vero Sé in azione), all’idea personale ed è legato al processo primario (Winnicott 1960). Il vero Sé trasmette un senso di esistenza nel proprio corpo e permette di essere creativi, di sentirsi autentici, reali e presenti, di provare piacere.

Al contrario il falso Sé si svilupperebbe durante lo sviluppo infantile come un’organizzazione difensiva della personalità che ha la funzione di proteggere, come un involucro, il vero Sé.  Esso deriverebbe dalle insufficienze dell’ambiente infantile (in particolare della funzione materna) e costituirebbe una difesa estrema nei confronti della depressione, avvicinandosi, da questo punto di vista, al concetto kleiniano di difesa maniacale (Winnicott 1960, 1977).

Il problema dell’autenticità e la sua relazione con la salute è evidente nella ricerca psicosomatica, soprattutto quando la capacità di riconoscere ed esprimere le proprie emozioni è stata messa in relazione con lo sviluppo delle malattie.

In questo caso il problema centrale è il rapporto che l’individuo ha con le proprie emozioni e con i propri bisogni più autentici. Quando questo rapporto è deficitario gli aspetti più significativi di sé non vengono sufficientemente riconosciuti e comunicati. I conflitti con l’esterno vengono evitati, ma si produce negli altri un’impressione di vuoto, di noia e di inautenticità.

Franz Alexander, uno dei padri fondatori della medicina psicosomatica, aveva già descritto un atteggiamento falsamente autonomo in pazienti affetti da disturbi digestivi nei quali ipotizzava fosse presente uno specifico conflitto di dipendenza-indipendenza, legato a bisogni orali frustrati originatesi nell’infanzia e mantenutisi nell’età adulta. A questo proposito egli descrisse una particolare tipologia di persone pseudo-indipendenti che come reazione ai propri bisogni inconsci di dipendenza svilupperebbe un atteggiamento esasperatamente autonomo e responsabile.

Molti pazienti di ulcera gastrica manifestano apertamente una condotta esageratamente aggressiva, ambiziosa e indipendente, non amano di essere aiutati e si assumono ogni sorta di responsabilità. Si tratta di tipi che spesso hanno funzioni esecutive nel campo degli affari e il cui comportamento rappresenta una reazione al loro desiderio di dipendenza, desiderio tanto forte quanto inconscio; […] L’esistenza di questi desideri spiega il benefico effetto che le cure di riposo e l’allontanamento del paziente dalle continue responsabilità e dalla lotta di ogni giorno hanno in questi casi. Il desiderio di ricevere, di essere amato, di dipendere da altri, quando è respinto dall’Io adulto o frustrato dalle circostanze esterne, e di conseguenza non può trovare la sua soddisfazione mediante le relazioni personali, spesso prende una via regressiva, convertendosi nel desiderio di essere nutrito.

 

Nella letteratura dell’Analisi Transazionale è stato introdotto il termine emozioni parassite.

Esso è stato usato per indicare due concetti diversi: un processo relazionale e un processo intrapsichico. L’emozione parassita  come fenomeno generale si riferisce al meccanismo (sia esterno che interno) tramite il quale una persona manipola l’ambiente o se stessa in maniera da giustificare una sua posizione non OK e arrivare a una specifica emozione negativa che emerge da un processo di svalutazione, sostituisce uno stato d’animo naturale, è al di fuori del qui ed ora ed è una maniera indiretta di ottenere carezze.

In molte famiglie esistono delle regole che inibiscono l’espressione di alcune specifiche emozioni perché considerate socialmente incondivisibili. Ciò conduce un bambino alla sostituzione con sentimenti accettabili dai genitori. Le emozioni richieste nel nucleo familiare che il bambino apprende a sentire e mostrare al posto di altre non ammesse, sono chiamate emozioni parassite.

Il concetto di ciclo di contatto gestaltiano mostra come in una persona sana la tendenza sia di sentire un’emozione, esprimerla, risolvere la situazione che essa genera e muoversi verso qualche cosa d’altro. Si evince quanto sia fondamentale, affinché questo processo possa avvenire, che l’individuo sia in grado di esperire e riconoscere tutta la gamma delle emozioni. Se nell’infanzia un soggetto è arrivato alla conclusione che certi suoi stati d’animo non sono OK, da adulto può non manifestarli o addirittura non essere cosciente di provarli. Ciò conduce necessariamente all’impossibilità di soddisfare il bisogno reale sottostante.

I sentimenti parassiti appaiono manipolatori, sono ripetitivi, stereotipati e mancano di autenticità. La tendenza di ogni individuo è di avere un’emozione parassita favorita, di solito quella che in famiglia è stata rinforzata, che userà in situazioni diverse come modalità sostitutiva per chiedere carezze, invece di chiederle direttamente.

L’A.T. estrapola tre modalità attraverso le quali un individuo apprende le emozioni parassite:

modellamento: il canale è l’esempio pratico dei genitori

condizionamento operante: attraverso i feedback dell’ambiente.

prescrizione: attraverso l’imposizione esplicita dell’emozione sostitutiva con il disconoscimento di quella naturale.

Fanita English chiama parassita quel sentimento del Bambino Adattato che serve a coprire il sentimento proibito del Bambino Naturale. I Goulding lo definiscono come un sentimento al di fuori del qui ed ora. Erksine e Zalcman hanno sintetizzato le varie definizioni di emozione parassita in un modello: Il sistema dell’emozione parassita, sistema distorto che si autorinforza di pensieri, stati d’animo e comportamenti, atto a mantenere stabile il copione psicologico individuale.

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Come si può vedere il modello prevede: una doppia contaminazione, meccanismi atti a confermare il sistema opinioni/stati d’animo (giochi psicologici), eventi che comprovano la validità e ineluttabilità delle convinzioni di copione.

In definitiva, quando l’azione sociale del bambino non è accettata dai genitori o è inibita, la Gestalt rimane incompleta (aperta). Se a livello fantasmatico questo evento è posto come base per convinzioni e decisioni di copione, l’emozione che non ha trovato la sua chiusura gestaltica, diventa un’emozione parassita primaria.

Per emozione parassita relazionale, si intende invece l’espressione adeguata dell’emozione che accompagna l’azione sostitutiva/parassita.

Quando l’emozione parassita relazionale non suscita risposte gratificanti, vengono messi in opera giochi psicologici per giustificare assunti del copione. A queste emozioni si è dato il nome di emozioni parassite secondarie.

NATURALI
EMOZIONI
PRIMARIE (connesse alla gestalt incompleta del copione)
PARASSITE SECONDARIE (connesse al tornaconto dei giochi)
RELAZIONALI (connesse ai ricatti)

Le emozioni naturali sono vissute con lo stato dell’Io Adulto e manifestate con il Bambino libero; sono contestuali allo stimolo in qualità, intensità, e sono riferite al qui ed ora motivando all’azione ed invitando all’intimità.

Le emozioni parassite sono vissute a livello del Bambino o del Genitore e manifestate con il Bambino Adattato; non sono contestuali allo stimolo, sono al di fuori del qui ed ora, sono sostitutive di altri sentimenti, sono manipolative degli altri o di se stessi. Non motivano all’azione, bensì all’autocompiacimento o all’autocommiserazione, all’agito o al richiamo simbiotico.

La persona che vive le emozioni parassite ha un problema fondamentale che è nella confusione tra l’immagine di sé e ciò che è realmente.

Alla luce di tutto questo si può rispondere ai quesiti di partenza in questo modo:

le emozioni sono funzionali al compiere l’azione giusta nel qui ed ora. Controllarle o nasconderle è profondamente dannoso sia per la psiche che per il corpo (se non espresse possono solo manifestarsi attraverso sintomatologie corporee). Se si sente dolore o tristezza, esprimerlo non è affatto segno di debolezza, ma solo di equilibrio e centratura psichica, così come sentire ed esprimere la gioia è altrettanto importante e liberatorio.
Quindi una buona ricetta potrebbe essere seguire questo schema:

cosa sento?  → cosa voglio? → cosa faccio? → come mi sento dopo aver fatto ciò che ho deciso di fare?  Se e quando siamo perfettamente connessi con la verità di ciò che sentiamo, dopo aver agito ci sentiamo bene. Se ci sentiremo male, significa che nel percorso è avvenuto un intoppo e non abbiamo sentito o espresso ciò che era veramente in noi.

(Dott.ssa Claudia Giampieri)

 

Bibliografia di riferimento:

Buber M., Il principio dialogico e altri saggi, a cura di Andrea Poma, tr. Anna Maria Pastore, Cinisello Balsamo, San Paolo ed., 1993.

Freud S., Caso clinico del presidente Schreber(1910), in Casi clinici Bollati Boringhieri ed. 2008.

Deutsch H., Il sentimento assente, Bollati Boringhieri ed., 1992.

Reich W., Analisi del carattere, Sugarco ed., 1994.

Winnicott D., La distorsione dell’io in rapporto al vero ed al falso Sé,  in Sviluppo affettivo e ambiente, Armando ed., 2007, pp.177-193.

Moiso C. Novellino M., Stati dell’io, Astrolabio ed., 1982.

Cos’è la psicoterapia?

cosa è psicoterapia

La psicoterapia ha lo scopo di curare disturbi psicopatologici di diversa gravità. Il campo di applicazione della

cosa è psicoterapia

psicoterapia è piuttosto ampio, dal generico disagio esistenziale alle più gravi forme di psicosi, ed è complesso riguardo alla definizione dei confini. La psicoterapia è un valido strumento per trattare sintomi tra i quali, ansia, depressione, fobie, comportamenti ossessivo-compulsivi, dipendenze, difficoltà nelle relazioni. Lo scopo del percorso psicoterapeutico è soprattutto quello di individuare e trasformare in maniera consapevole le cause che hanno generato i sintomi che il paziente riporta nel colloquio.

 

Le tecniche impiegate sono espressione dei molteplici orientamenti teorici oggi esistenti, troppo tecnici per essere affrontati in modo esaustivo in questa sede. Ad ogni modo, qualunque sia l’orientamento dello psicoterapeuta al quale ci si rivolge, esiste un comune denominatore tra tutti: “l’avventura” del percorso psicoterapeutico come racconta la dott.ssa Claudia Giampieri, partendo dalla sua esperienza personale come paziente e come terapeuta, dalla quale emerge, tra gli altri, l’importanza del rapporto di fiducia tra le due figure.

 

“Avete presente l’inferno di Dante? Ecco, la psicoterapia, per me, è stato il viaggio nell’inferno accompagnata da Virgilio.
Scendere nel profondo delle caverne, con il terrore addosso delle ragnatele, dei ragni e di tutti quei mostri che possono saltarti addosso quando meno te lo aspetti…,o forse proprio perché te li aspetti.
Ognuno di noi ha il proprio inferno sommerso; che lo sappia o ancora no.
Quando ci precipiti, e ti senti annegare nella melma delle sabbie mobili, senti che la fine sta arrivando, il fango ha coperto anche l’ultimo centimetro della tua testa, qualcosa scatta dentro e allunghi una mano.
E incredibilmente c’è qualcuno che la prende.
Non solo la prende, ma ti tira su e, dopo averti ripulito dalla melma, con pazienza, inizia a scoprire con te le curve del tuo labirinto.
Serve  “Un Virgilio” che ti aiuti a disegnare la mappa dettagliata del tuo inferno!
Perché continuerai a ricadere, più e più volte, ma ogni volta diventerà più facile uscirne, se hai una mappa dettagliata e precisa da seguire!
Iniziare un percorso di psicoterapia significa innanzi tutto divenire CONSAPEVOLE.
Dopo la consapevolezza è richiesta la RESPONSABILITA’.
Di che cosa?
Di accettare che la tua vita dipende solo da te. Che tutto può cambiare, a patto che tu sia disposto ad assumerti la responsabilità di questa trasformazione.
E’ necessario, inoltre, diventare capaci di stare nel “qui ed ora”, lasciando andare il passato, che è comunque già lontano, e non lasciandosi tentare dal canto delle sirene del futuro, dei sogni, delle proiezioni, delle illusioni fiabesche.
Chi è dunque un terapeuta?
Un essere umano, che a sua volta ha scelto di attraversare il suo inferno accompagnato dal suo Virgilio. Una persona che conosce benissimo la sua personale mappa, che ha imparato a disegnare anche quella degli altri e che è diventato un vero esperto di toponomastica.
A queste condizioni, vedendo il proprio labirinto dall’alto, per quanto intricato esso sia, uscirne diventa possibile.
Ecco.
La psicoterapia è poter scoprire come uscire armoniosamente dai propri labirinti, potendo tenere per mano chi ci consente di non perderci.
Lei o Lui hanno tessuto per noi il proprio filo d’Arianna.
E come in una cordata di gruppo, ci legano stretti facendoci sentire che possiamo serenamente abbandonarci senza nessun rischio di perderci nel vuoto.
Per quanto faticoso sia il percorso, continuiamo a procedere sostenuti dalla promessa che fuori di lì c’è la luce della serenità e della possibilità dell’ ESSERE.”  Claudia Giampieri